Mi sono anche improvvisata correttore di bozze, oltre che musa, perchè lui scrive istintivamente e di getto (cosa bellissima, io dopo poco mi stufo). Diciamo che la prima versione, in cui c'era troppo di mio non l'ha apprezzata molto. Quindi ecco a voi la versione edulcorata (a cui lui non ha ancora dato l'approvazione, ma io sono troppo ansiosa di mostrarvela).
La mano di Eva accarezza distrattamente il legno della finestra del vecchio rudere. Legno. Pieno di schegge che potevano conficcarsi nella sua mano, così perfetta, da un momento all’altro. Il vetro appena appannato dal suo respiro incerto, mentre lei guarda fuori la radura, i campi, la distesa di erba che fin da piccola l’ha accompagnata.
Una luce assente. Ecco quello che lei vede Il temporale era vicino, fin troppo. Non ci sarebbero state schiarite, non ci sarebbero stati ponti sotto cui ripararsi, solo un tetto.
“Non ci salveremo da quello, dovresti saperlo.” dice.
Lo dice non come un desidero, non come una condanna. Non lo dice neanche come un condannato a morte che ha perso le speranze.
E’ un sussurro, docile, gentile, soffice.
Il corpo di Darren è scosso da un brivido che gli fa rizzare tutti i peli del corpo. Un misto incomprensibile di eccitazione e paura.
“Non quello il nostro problema. Lo sai bene.”
“Invece no. Quel temporale è stato pronto fin da quando siamo nati. Fin da quando io e te ci siamo incontrati per la prima volta in mezzo all’erba su quelle colline.”
Indica fuori, ma se avesse scritto AIUTO con del sangue su una parete, per Darren avrebbe fatto lo stesso.
Il punto a cui Eva fa riferimento è là. E’ sempre stato là. A circa un chilometro, un piccolo spiazzo poco lontano dalla casa. Ci andavano a piedi da piccoli, giocavano insieme. Tutte le santissime estati lui e lei si incontravano e giocavano. Guardie e ladri, dottori, giochi da tavolo. Tutto.
Col crescere i giochi si erano fatti complicati.
Forse troppo.
Il nero del temporale nascondeva le fattezze del paesaggio che, in un altro momento, non avrebbe certo mancato di sollevare gli animi di chi lo osservava. Ora, l’albero di ciliegio che in primavera Eva guardava rapita era solo un’ombra meschina illuminata dai lampi intermittenti. Le foglie primaverili ed i fiori in boccio adesso erano rami secchi, morti, senza vita, senza un briciolo di linfa che avrebbe dato loro la forza di resistere al vento contro cui si stavano scontrando.
Una finestra sbatteva al piano di sotto. Ironico. Darren scriveva film horror e quello era il suono che probabilmente aveva sentito più spesso in vita sua: il suono della finestra che sbatte, il cigolio delle ante che si aprono.
“Hai chiuso la porta?”
“Si. L’ho chiusa. Era da pazzi non chiuderla.”
“Cos’è, Darren, hai paura?” dice fissandolo dritto negli occhi smeraldo. Sguardo immobile, come la sua determinazione.
Sguardo come a 17 anni. E forse fu lì che, guardando indietro, si innamorò di lei. Come era possibile evitarlo? Occhi iridescenti, atipici, malformazione o fortuna non sapeva dirlo, ma erano spettacolari. E se una ragazza ti fissa per più di cinque secondi hai solo una cosa da fare: baciarla. Non certo chiederle “Cos’hai?”. Bruci la magia del momento.
Quando conobbe i suoi occhi non ci fu modo di sfuggire. Magari fu l’estate, magari fu che a 17 anni inizi a vedere uno squarcio della vita che ti accompagnerà e quell’estate non potrai dimenticarla. Forse era quello.
“Forse un po’ di paura ce l’ho, sai?”
“Tu? Un regista di film horror?” sorride ironica “Ha un che di comico.”
“E non è l’unica cosa comica.”
“Anche la finestra”
“Anche la finestra”
Detto all’unisono.
Ed ancora una pausa. Una sottolineatura del filo che li legava. Ancora un tuono che rombava lontano, come un raduno di moto che si stava per avvicinare.
Il vento era forte, i fischi penetravano ogni singola fessura per entrare fin sotto le ossa.
“Qual’è stato il primo gioco, lo ricordi?” chiede Eva
“Il primo? In assoluto?”
“Si”
“Sono indeciso. Allora avevi molti disturbi di meno”
“Disturbi? Non mi è mai e poi mai parso che per te fossero tali. Li avrei chiamati piaceri della vita al più, ma non certo disturbi.”
La stanza era grigia. Proprio grigia. “Legno anomalo questo,” pensava sempre lui.
“Qui un film dell’orrore ce lo girerei proprio bene. Già riesco ad immaginare la povera ragazza assassinata o stuprata. Un po’ di sangue sulle pareti, con la giusta saturazione e il rosso potrebbe diventare il colore base di tutta la regia.
Cazzo, che film che verrebbe.”
La sedia su cui lui era seduto si trovava al centro della stanza, di fronte alla porta, come la finestra. Quando entrava qui, anni fa, c’erano tante scatole. Scatole piene dei giochi di Eva. Alla destra poi c’era quella vetrina con tutte le cose strane
“Tarocchi. Non sono cose strane bimbo mio, sono tarocchi” Diceva la mamma di lei.
“A che servono?”
La luce del tramonto scivolava sotto le tende e rendeva ogni angolo della casa speciale; anche quel legno così smorto riprendeva vita e appariva nuovo.
“Ah, con i tarocchi ci puoi fare quel che vuoi. Puoi scoprire cosa nasconde il futuro di una persona, o il cuore di una persona, o ancora puoi cercare di cambiare ciò che una persona farà.”
“Ma è incredibile! Puoi anche fare del male ai cattivi?”
La donna lo guardò, girò il volto verso la vetrina osservando la carta del Diavolo tagliata da un raggio di sole che ne sottolineava il nome. Strano che proprio quella fosse scoperta. Era una carta di violenza e di rovina.
“Si. Puoi fare anche quello” disse. E Darren spalancò gli occhi, la bocca e poi sussurrò:
“Incredibile...”
“Ma la cosa più strabiliante che puoi fare sai qual’è? Nessuno la conosce ma io te la dirò.”
Darren avvicinò l’orecchio.
“Fu quando giocammo a carte con i tarocchi vero?”
“Diavolo... ero sicura che non te ne saresti mai ricordato.”
“Qualcosa sarà pur valsa tutta questa fatica, non credi?”
“A volte, ti dirò, ho dei dubbi. Non so se sia giusto o sbagliato. Ma la prima volta che ho capito cosa desideravo, desideravo veramente intendo, ho avuto paura.”
“Paura, tu?” La faccia di Darren diventa di colpo davvero buffa, con le sopracciglia inarcate ed una smorfia indescrivibile sulla bocca.
Roba da vero Clown
Eva ride.
E per un attimo, solo un attimo, sembra ci sia il sole fuori.
“Si. Paura.” disse, ricomponendosi
“E perché tu dovresti avere paura?”
“Ma è semplice: avrei potuto restare senza niente. Ecco perché.”
“Tutto qua?”
“Tutto qua. Cosa ti aspettavi? Confessioni di una mente pericolosa? Non sono quello che sembro, e di sicuro non sembro quello che sono”
“Pericolosa. Già.”
“Già.”
“Ehi, ti va di giocare con i tarocchi?”
“Giocare? Ovvero?”
Darren, 10 anni e non sentirli. Trovarsi di fronte quella che potrebbe essere la più bella ragazza che avrebbe conosciuto e non capirlo.
Ci dovranno essere stati dei segni no?
L’aria? Normale.
L’erba? Normale. Cioè. Era erba verde come tutte le altre.
Il battito cardiaco? Normale. Stiamo parlando di un bambino di 10 anni! Sarebbe stato all’ospedale in caso contrario.
No, non c’erano state avvisaglie di quel temporale. Nessun indizio che avrebbe potuto metterlo in allerta, o almeno renderlo preparato.
Pertanto “Giocare? Ovvero?” era davvero l’unica risposta che avrebbe potuto dare.
Un bambino di 10 anni non avrebbe mai detto “Oh, ma che ti passa per la testa?” o anche “Con i tarocchi? Ma che ti sei bevuta?”. No. La disillusione arriva sempre dopo.
Quindi fu normale. In tutto e per tutto, tarocchi a parte.
“Giocare con i tarocchi no? Vieni che t’insegno”
Il temporale era, ormai, questione di minuti. Il vento era, ormai, questione di attimi, sarebbe entrato in casa ed avrebbe iniziato a svaligiarla di tutta l’aria che c’era dentro.
Darren, legato alla sedia, Eva con un coltello sanguinante in mano.
Perché in fondo la loro condanna era questa. Una malattia strana. Di quelle di cui i dottori trovano i sintomi ma che, a dirla tutta, non sanno come curare.
Si può andare per tentativi. Provare qualche cura alternativa, sperimentare.
O lasciare che la malattia faccia il suo corso, sperando magari che il corpo impari a reagire.
Ecco, loro erano lì. Abbandonati a se stessi.
“Ancora ricordo il morso. Strano modo di rendere i tarocchi interessanti.”
“A quel tempo un morso mi bastava. Per una bambina andava anche bene no?”
“Quanto bastava per non farti sembrare pazza.”
Pazza per chi? Chi decide la pazzia? Un pazzo sa dare del pazzo ad un pazzo? Qualcosa non torna. Non è mai tornato.
Il sangue si libera della piccola ferita sul braccio destro di Darren colando, lentamente, sulla bracciolo della sedia. Darren sente quel liquido caldo scivolare sulla sua pelle. La stanza è fredda, i rumori dal piano di sotto lasciavano intuire che il vento era entrato, ed il freddo era solo uno dei segnali che ancora una volta aveva ignorato.
“Mi ami?” Dice Eva fissandolo ancora negli occhi e dando le spalle alla finestra
“Non pensi che sarebbe meglio aspettare la fine del temporale per scoprirlo?”
Improvvisamente Darren vede l’avanguardia di quel temporale travolgere la finestra, frantumarla in mille pezzi che si avventano su di lei, strappandole la veste di seta chiara e colorandola con piccole gocce di sangue, per poi arrivare fino al viso di lui.
Chiude gli occhi d’istinto, per paura di perdere la vista. Eva non urla, non cede, ma anzi si avvicina a lui, leccando il sangue che stava colando dal braccio destro. Sentì le sue labbra chiudersi sulla ferita e succhiare, non come un vampiro per rubare del sangue, quanto come un sommelier, per gustarsi quel gioco proibito. La finestra, sempre più inquietante, sbatteva costantemente contro le pareti che scricchiolavano. La casa stava ormai cedendo. Darren, intanto, inizia a dondolarsi incantato sulla sedia. La mano destra di Eva, dopo qualche secondo, va a bloccare l’ondeggiare della sedia facendo peso sul lato opposto ed incrociando incidentalmente la mano di lui.
Il fatto di stringerla, o che le dita si incrociassero, era una cosa piuttosto normale, visto il resto. Quasi non se ne accorgono. Ma in quell’incrocio apre gli occhi.
E lì si fissano. Prima del crollo delle travi che sorreggevano il secondo piano della casa. E se una ragazza ti fissa per più di cinque secondi hai solo una cosa da fare: baciarla.
Darren, 21 anni. Eva, 19 anni.
Sanno quasi di età proibite. Lo puoi gustare nella pronuncia. Ventuno. Diciannove.
Come due numeri collegati. E’ estate. Ma questo si sapeva già.
E’ sempre estate nella loro memoria. Si vedono sempre solo qualche settimana all’anno. Lasciano qualche ferita nell’anima dell’altro e poi scompaiono. Nel nulla. Senza lasciare alcuna traccia.
Lui non cerca lei. Lei non cerca lui.
Fu in quell’estate che i due misero la prima pietra che poi li avrebbe condotti al temporale, cinque anni dopo.
Darren era seduto su una sedia in mezzo ad un prato. Eva lo stava osservando con una tela di fronte a sé.
“Cosa vuoi farci con quella tela?”
“Mi sono sempre domandata perché gli artisti hanno bisogno di ‘usare’ una tela. Ma poi non la usano davvero.”
“Perché sento che quello che intendi per ‘usare’ è qualcosa che agli artisti non è venuto proprio in mente”
“Perché è vero. Non c’è niente da fare. Che senso ha coprirla con dei colori, quando puoi usare la tela stessa come materia?”
Prese un trincetto e tracciò delle linee sul quadro. Da quella distanza Darren, che era sulla sedia con le mani incrociate a mo' di modello, non riuscì a capire quale sarebbe stato il risultato.
Poi lei girò la tela mettendola in modo tale che il sole la penetrasse lasciando ad una scia di luce disegnarne le forme.
“Eccotela. Prospettiva delle assenze, che te ne pare?”
“Qualcosa di strabiliante direi.”
“Ed ora ti sorprenderò ancora di più mostrandoti cosa voglio veramente, ma soprattutto: rubandolo”
Eva era tutta su di giri, si guardò intorno per un momento fino ad individuare una seconda tela. Prese nuovamente il trincetto ed iniziò a ritagliare una figura all’interno del quadro. Quando il trincetto toccò il punto di partenza lo posò accanto a sé e si allontanò dalla tela. All’interno del quadro c’era Darren.
“Ecco. Ora ti ho rubato.” poi si fece un po’ più seria e con un sussurro disse “Voglio svelarti uno dei miei segreti più malati e più intimi.”
“Dopo quello che abbiamo fatto l’estate scorsa, Eva, non credo che questo potrebbe preoccuparmi.”
Ci si domanda sempre come nasce un carattere, cosa ti fa prendere una strada piuttosto che un’altra. Magari fu in questo momento che Darren conobbe il suo lato oscuro e lo trovò piacevole, intrigante. Probabilmente viveva la sua vita in un horror romantico, da cui non avrebbe voluto svegliarsi mai.
Eva poggiò gli occhi su di lui. E poggiare è davvero il termine migliore.
“Voglio legarti, ferirti per succhiare via il tuo sangue. E poi voglio fare l’amore con te mentre rischiamo la vita.”
“Forse non l’abbiamo fatto a dovere, che ne dici? Ci sei Eva?”
Eva era distesa su un cumulo di travi di legno cadute, frantumate. E neanche lei sapeva come era finita lì, ma questo non le importava. C’era Darren, e questo era sufficiente.
“Sì ci sono. E tu?”
“Sì, ma credo che avrò bisogno di una mano per uscire”
Il vento era scomparso, l’uragano era passato. Eva si rimbocca le maniche della veste di seta ormai a brandelli da cui il suo corpo nudo si mostrava impunemente. All’orizzonte la solita pianura che da sempre li accompagnava silenziosa.
E’ estate. Ma questo si sapeva già.
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